Donna con le mani sul cuore, simbolo di cura, presenza e amore materno
SpazioAmore Journal · 10 maggio

Inno alla Madre

Un omaggio alla madre reale, imperfetta, stanca, luminosa. Alla cura, alla presenza, alla memoria e a tutte le forme dell’amore che ci hanno custoditi.

Autore: Claudio Sabato Tempo di lettura: 10–12 minuti Tema: madre, cura, amore, memoria
In sintesi Questo non è un semplice augurio per la Festa della Mamma. È un inno alla madre come prima casa, primo battito, prima nostalgia. Un testo per onorare le madri presenti, quelle assenti, quelle imperfette, quelle invisibili e quella madre interiore che ognuno di noi, prima o poi, è chiamato a ritrovare.

Oggi non voglio fare gli auguri alla madre come si fa ogni anno.

Non voglio dirle soltanto “grazie”, perché a volte il grazie è troppo piccolo per contenere una vita intera.

Oggi vorrei inchinarmi davanti al mistero della madre.

Davanti a colei che, prima ancora di insegnarci a parlare, ci ha insegnato che il mondo poteva avere un odore, una temperatura, un battito.

Perché prima delle parole, prima delle spiegazioni, prima persino del nostro nome, c’è stato un corpo che ci ha custoditi.

C’è stato qualcuno che ha fatto spazio.

E forse essere madre è proprio questo: fare spazio a una vita che non si può possedere.

Una vita che non si può possedere

Khalil Gibran lo scriveva con parole indimenticabili:

“I vostri figli non sono figli vostri.”

Khalil Gibran

E forse questa è una delle verità più alte e più dolorose della maternità: mettere al mondo qualcuno sapendo che un giorno dovrà andare.

Amare qualcuno sapendo che non appartiene a te.

Custodire una vita senza trattenerla.

La madre è la prima casa.
Il primo confine.
La prima musica.

È il luogo da cui partiamo anche quando passiamo il resto della vita a cercare di capire da dove veniamo davvero.

Onorare la verità intera

Ma oggi voglio onorare anche la verità intera.

Non solo la madre idealizzata, perfetta, luminosa, angelicata.

Voglio onorare la madre stanca. La madre che ha pianto in silenzio. La madre che non sapeva come fare, ma ha fatto. La madre che ha amato con gli strumenti che aveva. La madre che ha sbagliato. La madre che ha chiesto troppo.

La madre che non ha saputo dire “ti amo”, ma magari lo ha detto cucinando, aspettando, restando sveglia, lavorando, rinunciando.

Voglio onorare anche le madri che non ci sono più, quelle che oggi non possiamo chiamare, quelle a cui vorremmo dire ancora una volta:

“Mamma, avevi ragione.”

“Mamma, mi manchi.”

“Mamma, adesso capisco.”

Perché ci sono assenze che non passano.

Cambiano stanza dentro di noi, ma non se ne vanno davvero.

Una madre può mancare anche dopo trent’anni. Può mancare in un giorno qualunque, davanti a un profumo, a una ricetta, a una frase, a una finestra aperta, a una domenica troppo silenziosa.

Due mani che si incontrano in una luce calda, simbolo di cura, presenza e sostegno

Ci sono mani che non fanno rumore, ma tengono insieme il mondo.

La festa di chi ricorda

E allora oggi non è solo la festa della mamma.

È anche la festa delle figlie e dei figli che ricordano. Che perdonano. Che piangono. Che portano dentro di sé una voce. Un gesto. Una nostalgia.

Donald Winnicott parlava della “madre sufficientemente buona”.

Non perfetta.
Sufficientemente buona.

Donald Winnicott

Forse dovremmo ricordarcelo più spesso.

Perché nessuna madre è stata preparata davvero all’immensità di ciò che avrebbe dovuto sostenere. Nessuna madre ha ricevuto un manuale per amare senza ferire mai. Nessuna madre ha saputo sempre essere rifugio, presenza, equilibrio, tenerezza.

Eppure molte madri hanno amato anche quando erano rotte. Hanno dato vita mentre dentro portavano ferite. Hanno nutrito mentre avevano fame d’amore. Hanno protetto mentre nessuno proteggeva loro.

È bene che tu esista

Erich Fromm scriveva che l’amore materno è un’affermazione incondizionata della vita.

Come a dire:

“È bene che tu esista.”

“È bene che tu sia qui.”

“È bene che tu viva.”

Forse ogni essere umano cerca questo per tutta la vita: qualcuno che gli faccia sentire, almeno una volta, che la sua esistenza è benedetta.

E quando una madre riesce a farlo, anche solo per un istante, lascia nel cuore del figlio una luce che non si spegne più.

Le madri invisibili

Ma oggi voglio pensare anche alle madri invisibili.

Alle donne che avrebbero voluto esserlo e non hanno potuto. Alle madri che hanno perso un figlio. Alle madri che portano un nome che non si può più pronunciare senza tremare.

Alle madri adottive, spirituali, simboliche. Alle nonne che sono state madri due volte. Alle sorelle maggiori che hanno cresciuto fratelli. Alle donne che hanno fatto da casa a qualcuno, anche senza averlo generato.

Perché madre non è solo chi partorisce un corpo.

Madre è anche chi genera fiducia. Chi accoglie una fragilità. Chi tiene insieme ciò che rischiava di spezzarsi. Chi sa dire:

“Vieni qui, riposati un momento. Non devi essere forte sempre.”

Madre è ogni presenza che ci restituisce alla vita.

Tutti abbiamo bisogno di una madre

E forse, nel punto più profondo, tutti abbiamo bisogno di una madre.

Anche quando siamo adulti. Anche quando diciamo di farcela da soli. Anche quando abbiamo imparato a non chiedere.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi senza misurarci. Che ci riconosca senza pretendere prestazioni. Che sappia vedere non solo ciò che siamo diventati, ma anche il bambino, la bambina, che siamo stati.

Perché la madre vede ciò che il mondo dimentica.

Il mondo vede il risultato.
La madre ricorda l’inizio.

Il mondo vede il ruolo.
La madre ricorda il volto.

Il mondo ti chiede cosa fai.
La madre, quando ama davvero, ti chiede se hai mangiato, se hai dormito, se sei felice.

E dietro quella domanda semplice, a volte quasi banale, c’è una forma antichissima di amore.

Un amore che non sempre sa parlare in modo poetico, ma sa restare.

Non celebriamo una figura perfetta

Oggi, allora, non celebriamo una figura perfetta.

Celebriamo un archetipo.

Celebriamo il grembo, la cura, la soglia, la radice. Celebriamo chi ci ha dato la vita e chi, in qualche modo, ce l’ha restituita quando l’avevamo perduta.

Celebriamo le mani che hanno lavato, cucinato, accarezzato, corretto, sostenuto. Celebriamo le notti senza sonno. Le paure taciute. I sacrifici non raccontati. Le lacrime asciugate prima che qualcuno potesse vederle.

Celebriamo anche ciò che non è stato. Le parole mancate. Gli abbracci mai ricevuti. Le ferite familiari. Le madri che non hanno saputo essere madri fino in fondo.

Perché anche lì, dove l’amore è stato imperfetto, possiamo scegliere di non trasformare il dolore in destino.

Possiamo guardare la nostra storia con verità. Possiamo piangere ciò che è mancato. Possiamo onorare ciò che c’è stato. Possiamo diventare, lentamente, madri e padri interiori di noi stessi.

La madre interiore

Forse crescere significa anche questo: smettere di chiedere alla madre reale di essere divina, e imparare a custodire dentro di noi una madre più grande.

Una madre interiore che sa dire:

“Ti vedo.”

“Ti perdono.”

“Ti accompagno.”

“Non devi meritarti l’amore.”

“Puoi tornare a casa.”

Grazie

Per questo oggi, a tutte le madri, diciamo grazie.

Grazie per la vita. Grazie per ciò che avete saputo dare. Grazie anche per ciò che non siete riuscite a dare, perché da quel vuoto molti di noi hanno imparato a cercare profondità.

Grazie alle madri presenti. Alle madri lontane. Alle madri nel cielo. Alle madri nel cuore. Alle madri che ancora imparano. Alle madri che non si sono mai sentite abbastanza. Alle madri che avrebbero avuto bisogno, anche loro, di essere abbracciate.

Oggi vorrei che ogni madre potesse sentire questo:

non sei stata solo una funzione. Non sei stata solo un ruolo. Non sei stata solo colei che doveva esserci, fare, tenere, risolvere.

Sei stata anche una donna. Con la tua fame d’amore. Con la tua storia. Con le tue paure. Con i tuoi sogni rimandati. Con le tue rinunce invisibili.

E forse il modo più bello per onorare una madre è ricordarsi che, prima di essere madre, è stata anima.

Una bambina anche lei. Una figlia anche lei. Una creatura in cammino anche lei.

Allora oggi non diciamo solo:

“Auguri mamma.”

Diciamo: che la vita ti benedica per ogni volta che hai amato senza sapere come. Per ogni volta che sei rimasta. Per ogni volta che hai tremato e hai continuato. Per ogni volta che hai dato luce mentre attraversavi il buio.

Donna seduta davanti al tramonto, simbolo di memoria, silenzio e amore che resta

Ci sono amori che non finiscono: cambiano forma, diventano silenzio, memoria, luce.

A chi oggi porta una madre nel cuore

E a chi oggi non può più abbracciare sua madre, che arrivi almeno una carezza invisibile.

A chi ha una madre difficile, che arrivi pace.

A chi è madre e si sente stanca, che arrivi riconoscimento.

A chi avrebbe voluto esserlo, che arrivi delicatezza.

A chi ha perso un figlio, che arrivi un silenzio pieno di amore.

A chi oggi piange, che arrivi una mano sul cuore.

Perché la madre, in fondo, è questo:

il primo nome dell’amore
quando l’amore non sa ancora parlare.

La prima casa. Il primo battito. La prima nostalgia.

E forse, per tutta la vita, ogni volta che cerchiamo amore, stiamo cercando ancora quel luogo originario in cui qualcuno, guardandoci senza condizioni, ci ha fatto sentire per la prima volta:

“Puoi esistere.”

“Puoi vivere.”

“Puoi essere amato.”

Buona festa della mamma a tutte le madri della terra, del cielo, del corpo, del cuore.

Con Amore,
Claudio Sabato
Fondatore SpazioAmore
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Figura femminile davanti alla luce del tramonto, simbolo di amore, memoria e presenza

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