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C’è un momento fondamentale, nella crescita di ogni essere umano, che il grande psicanalista Jacques Lacan ha chiamato “la fase dello specchio”.
È quel passaggio in cui una bambina o un bambino, guardandosi per la prima volta riflessa o riflesso, riconosce un’immagine intera di sé.
Un riflesso che dà forma all’identità.
Un “io” che prende consistenza, non tanto perché esiste da solə, ma perché viene visto. Riflesso. Riconosciuto.
Ora immagina che quello specchio sia incrinato.
Immagina che, invece di riflettere amore, ti rimandi indietro solo insicurezza.
Che amplifichi le tue mancanze, distorca i tuoi tratti, metta a fuoco solo le parti che non ami.
È questo che succede nelle relazioni tossiche.
Quando l’altro diventa il nostro specchio, e ci restituisce un’immagine sbagliata di chi siamo.
Inconsciamente, iniziamo a guardarci con i suoi occhi.
Ci specchiamo nel suo giudizio, nel suo silenzio, nelle sue pretese. E lentamente, cominciamo a dubitare di noi.
🔸 Non sei abbastanza.
🔸 Stai esagerando.
🔸 È solo colpa tua.
🔸 Sei troppo sensibile.
Queste frasi, anche non dette, si imprimono come crepe nell’immagine che abbiamo di noi stesse o di noi stessi.
E più cerchiamo conferme, più ci perdiamo.
Perché l’altro non è più un alleato della nostra identità, ma il custode del nostro smarrimento.
Lacan ci insegna che non ci si costruisce da solə.
Abbiamo bisogno di uno sguardo che ci riconosca.
Ma non ogni sguardo guarisce.
Alcuni sguardi feriscono.
Alcuni diventano una gabbia.
Guarire da una relazione tossica significa imparare a costruire nuovi specchi.
Specchi gentili. Specchi interni.
Specchi che riflettano la nostra verità, non quella che ci è stata imposta.
E allora, la domanda diventa:
Chi scegli come specchio?
E che immagine vuoi tornare a vedere?
